domenica 17 luglio 2016

DIARIO DI UNA FUORISEDE –capitolo quindici: il piano di studio-



Il piano di studio di uno studente è paragonabile ad un rebus difficoltà “esperto” della Settimana Enigmistica: è indecifrabile per la maggior parte delle persone, è illegibile ed ermetico: non vi è possibilità di comprensione tra tutte quelle date e le materie che si accavallano le une sulle altre. All’inizio del semestre lo studente perde un giorno intero per compilare su un foglio di carta una tabella: normalmente sull’asse delle ordinate scrive le materie di cui deve dare gli esami, e su quella delle ascisse i vari mesi della sessione invernale, pasquale,marco, matteo ed estiva. Il vero divertimento comincia quando deve copiare dal sito web della facoltà le date: se tutto va bene troverà il file giusto dopo venti tentativi andati a male. Nel ricopiare le date sulla sua favolosa tabella si rende conto che molti esami sono nello stesso giorno: è un errore di battitura del simpatico e grassottello signore della segreteria o davvero i professori credono che gli studenti siano dotati del potere dell’ubiquità?  Il momento più arduo e difficile è scegliere in che ordine dare le materie, e tale evento diventa ancora più complicato e problematico se oltre agli esami dell’anno in corso si aggiungono anche quelli degli anni precedenti.  Lo studente decide di fare prima l’esame di biologia e genetica alla prima data utile di gennaio e di dare pochi giorni più tardi biochimica perché- si convince- metà del programma è uguale! Poi conta di inserire altre due o tre idoneità a febbraio, e di lasciare l’esame di anatomia, più lungo dei rotoloni Regina, alla sessione di aprile. Il tempo passa inesorabile fino agli inizi di gennaio e lo studente, solo la notte del veglione quando è in discoteca, si rende conto che pochi giorni più tardi lo attende al varco Mendel con tutti i suoi piselli colorati gialli e verdi; allora lui si chiede :”come può essere già gennaio se la settimana scorsa era ottobre?” Il suo piano di studio salta per la prima volta: non può dare l’esame di biochimica al primo appello se non conosce la metà del programma(ma in realtà neanche l’altra), quindi decide di posticiparlo alla seconda data utile. In tale data lo studente ha fatto perdere le sue tracce, è scomparso, non lo si trova da nessuna parte, non risponde alle telefonate, il suo stato su facebook è fermo  all’era paleolitica. Lo si ritrova in una stanza buia e polverosa della biblioteca a studiare in maniera così passiva il libro che ha imparato perfino la prefazione dell’autore, parla in biochimichese, e cucina la carne ripetendo la struttura delle proteine. Il suo piano di studi salta per la seconda volta e la terza salta invece perché il professore sta nervoso e vuole tornare a casa prima (classica scusa che racconta in giro per raccogliere consensi e motivare il suo insuccesso). Da tali tragici eventi lo studente capisce che i “primi appelli” sono stati inventati solo per giustificare la presenza dei secondi e dei terzi, in realtà, infatti, non si può trarre alcun vantaggio da essi: gli studenti normo-dotati non proveranno mai un esame al primo appello; essi servono per far aumentare l’ansia dello studente che quel giorno entrerà in aula solo per  trascrivere le domande fatte alle secchie e assistere alla loro immolazione (provando così un po’ di sadico piacere). Talvolta capita che lo studente non provi mai durante un semestre quella gioia irresistibile e irrefrenabile che deriva dalla cancellazione della materia sul suo foglio del piano di studi: quando la penna si poggia sulla carta, ci si lascia trasportare sempre dalla felicità repressa per molti mesi tanto che si rischia di bucare non solo il foglio, ma anche la scrivania e il pavimento. Tuttavia quando ciò non si verifica, il dolore maggiore dello studente non deriva dal mancato superamento dell’esame, bensì dalla prospettiva di dover aggiornare e allungare la tabella.

DIARIO DI UNA FUORISEDE –capitolo quattordici : le relazioni-



Una studentessa fuori sede single per “scelta altrui o divina” non è mai realmente sola: lei stringe una molteplicità di relazioni con soggetti possenti,a volte però davvero pesanti, e impara a capirli, a comprendere il loro linguaggio, consuma la maggior parte delle giornate ad accarezzarli, li porta sempre con sé, e spesso, specialmente in procinto dell’esame, trascorre molte notti in loro compagnia: i libri sono proprio quelli che si definiscono “fidanzati perfetti”! Tale insulsa copertura è accompagnata sempre da frasi, come “voglio solo dedicarmi allo studio”, alle quali lei è l’unica che ci crede. La realtà è ben diversa: vittima dei suoi stessi ormoni impazziti, si da’ inconsapevolmente alla spasmodica ricerca di un compagno come una quaglia nella stagione dell’accoppiamento. Ogni individuo del sesso opposto nel quale si imbatte  è esaminato ai raggi X anche a lunga distanza( in questi momenti le cinque diottrie mancanti ritornano miracolosamente). Superata la fase “fisionomica” si cerca di avere un primo contatto verbale con il soggetto: se la studentessa non fuma, da questo momento improvvisamente andrà in giro con le sigarette in borsa, ma prontamente senza accendino; spezzerà volontariamente la punta a tutte le matite per poter chiedere un temperino in prestito(anche se personalmente non ho mai visto un ragazzo con un temperino nell’astuccio, anzi, in realtà non ho mai visto un ragazzo con l’astuccio) ; inoltre dimenticherà forzatamente tutto il programma d’esame per poter chiedere falsi chiarimenti, passando anche per cretina.  Giunta a casa la prima cosa che fa è quella di cercarlo su facebook: invia la richiesta d’amicizia(dopo avergli detto appena “ciao”) mentre già si vede vestita da sposa sull’altare. Aspetta con ansia la notifica rossa e poi si catapulta sulla sua bacheca. A questo punto basta solo un fugace sguardo per capire che forse è meglio tornare dai libri: nella migliore delle ipotesi lui è “fidanzato ufficialmente con Pinca Palla” e ogni due post c’è una canzone di Tiziano Ferro seguita da un culo capovolto (“ <3 ”)  che provocano nella studentessa picchi altissimi di glicemia e carie dentarie; nella peggiore invece lui gioca a Farmville, o Petville, o Cityville, e quindi le uniche cose di cui ha bisogno sono legna, mangime e sementi. Esiste in realtà anche un’altra categoria di “papabili” che forse risulta essere quella più criptica da comprendere per la studentessa, ossia quelli che flirtano apertamente in classe o al bar e che poi hanno una bacheca su FB marcata da quella che si scopre essere la fidanzata come un cane fa nel parco con la sua pipì.  Alla luce di tutti questi aggiornamenti di stato la studentessa decide di spegnere il pc , si avvicina alla scrivania, accarezza il libro e sospira: ”Domani è un altro capitolo!”

DIARIO DI UNA FUORISEDE –capitolo tredici: in cucina-



La cucina è uno di quei luoghi che dovrebbero essere off limits  per alcuni studenti. La maggior parte della ferraglia presente in quella stanza è sconosciuta a quei ragazzi la cui frequentazione, prima di diventare dei fuori sede, si limitava al frigo. I primi handicap che essi manifestano riguardano l’accensione dei fornelli: essi girano la manopola attendendo la fiamma che non si manifesta , si avvicinano, annusano un po’ di gas, si inebetiscono e poi vengono soccorsi dai coinquilini che gli porgono l’accendino: “a casa mia si accende in automatico” questa è la scusa che offrono. I problemi maggiori si verificano quando anche il forno necessita di un’accensione manuale e in tali occasioni lo studente comincia a prepararsi psicologicamente molte ore prima di cominciare a cucinare; escogita le tecniche più assurde: accartoccia gli appunti di statistica ed economia sanitaria e li usa per creare una mega-torcia da usare come accensione ed evitare di infilare il braccio nel forno manco fosse a rischio di esplosione. Dopo i primi approcci con gli elettrodomestici, e dopo aver perfino scambiato il frullatore per un arricciacapelli, comincia a cimentarsi con la preparazione delle prime pietanze. Quasi ogni studente ha sperimentato l’ira funesta dell’olio bollente quando si aggiungono i pomodorini: in queste occasioni l’intera cucina si sporca di rosso sangue come se fosse avvenuto un efferato omicidio e lo studente striscia pauroso e intimidito  sul pavimento fino a quando riesce a trovare il pomello giusto e a spegnere la fiamma. La maggior parte dei fuori sede manifesta il proprio odio per la chimica proprio in cucina: si prova così tanta rabbia per il cloruro di sodio che ci si rifiuta perfino di usarlo e in questo modo le zucchine acquisiscono lo stesso sapore del filetto di carne e del salmone. Quando lo studente si dimentica di unire il sale all’acqua di cottura della pasta, spesso lo aggiunge quando la pietanza è impiattata, in fondo-si ripete- rispetta il principio dell’equilibrio chimico, ma gli sfugge che sarà costretto per il resto della giornata a bere come un cammello africano. Dal semplice incidente di confusione del sale con lo zucchero nel caffè( episodio accompagnato da spruzzi fuoriuscenti contemporaneamente dal naso e dalla bocca), passa a preparare una frittata senza friggerla perché dimentica l’olio: “è più dietetica” replica ai coinquilini esterrefatti. Talvolta lo studente decide di cimentarsi nella preparazione di quel prelibato piatto visto in tv dalla Clerici e copiato senza ritegno  anche dalla Parodi:  la cotoletta alla milanese; per impanare due fettine di carne è capace di sporcare l’intero servizio di piatti a sua disposizione, a riprova della sua grande manualità.  “I manici bruciati” sono la sua vera specialità: ogni pentola, padella e macchinetta del caffè è stata seviziata con la fiamma più alta del necessario. Spesso dopo aver estratto una teglia dal forno con tutta l’accuratezza per non scottarsi, va in contro ad una profonda bruciatura su tutto il palmo della mano nel momento in cui deve fare le porzioni e impiattare. Ma la vera abilità dello studente alle prese con la cucina sta nello sporcarsi sempre quando deve ritornare a lezione e tutti i panni sono nella lavatrice: le volte successive, per evitare di macchiarsi, lo si vede accanto ai fornelli con una tuta dei RIS.

mercoledì 2 gennaio 2013

DIARIO DI UNA FUORISEDE –capitolo dodici: tu e loro-


Quasi ogni giorno lo studente deve confrontarsi con quegli individui che dicono di appartenere alla sua medesima specie ma che in realtà sono frutto di un ibrido incrocio tra Rita Levi Montalcini e Lapo Elkan. Tali suddetti soggetti sono quelli capaci di abbattere la già fragile autostima dello studente in un nano secondo e con poche parole. Di giorno essi appaiono sempre freschi e riposati nonostante siano reduci da una mega festa in pieno centro e abbiano solo poche ore di sonno alle spalle, mentre tu, sempre se riesci a svegliarti, assomigli alla bambina dell’esorcista nonostante sia andata a dormire dopo “Striscia la Notizia”. Durante le ore di lezione essi sono sempre quelli che rispondono alle domande del professore, quelli che riempiono decine di pagine di appunti o quelli che non hanno bisogno di prendere appunti perché “gli basta ascoltare”, mentre tu stai ancora cercando il tuo nome sul foglio delle firme. Loro sono capaci di ricordare quello che il prof ha spiegato il primo giorno di lezione del semestre dell’anno precedente mentre tu non ricordi come ti chiami, ecco il vero motivo per il quale cerchi ancora il tuo nome sull’elenco. Quando finalmente lo trovi, dopo aver chiesto l’aiuto del pubblico e di quello da casa, ti senti pronto per cominciare ad impugnare la penna e prendere appunti: alla pausa ti rendi conto di aver ricoperto il foglio di coniglietti e fiorellini (quando ti senti più ispirato) o di aver riempito i quadratini del quaderno in modo alterno formando così un quadro d’arte moderna con la strana capacità di ipnotizzarti e costringerti a continuare finchè, nella foga del disegno, non sbatti con la testa sul banco. Le pause sono il momento in cui la tua autostima è messa a dura prova: non sai quale parte del tuo sub inconscio masochista ti porta a dire “ a che punto stai con il programma?”; nel momento stesso in cui pronunci tale frase te ne penti, e ti affliggi ancora di più quando vedi che loro fanno un respiro e prendono abbastanza aria per cominciare a fare l’elenco degli argomenti che hanno già letto, capito, compreso e ripetuto! Allora tu cerchi di riconquistare un po’ di fiducia in te stesso e chiedi ”ma studi già da un po’?”, ma quando vedi che la loro testa si gira un po’ a destra cominciano a venirti i crampi allo stomaco, e quando poi si gira a sinistra vorresti piegarti in due dal dolore: ogni “no” che fanno con la testa è come uno schiaffo in pieno viso, e quando aprono bocca per dire “macchè, ho cominciato l’altra sera” tu vorresti morire. Il destino si prende ancora più gioco di te quando scopri che loro posseggono la mitologica e leggendaria  “memoria fotografica”(ebbene sì, esiste, puoi cancellarla dalla lista che contiene i Puffi e Big Foot): cioè gli basta leggere una volta un argomento per ricordarlo fin nell’uso della punteggiatura, mentre tu alle elementari hai impiegato un mese per imparare l’alfabeto e ancora non hai finito le tabelline, perchè ti sei fermato a 7x8=49..no…63…a sì, 56 (santa Calco la Trice).  Quando ormai è percepibile anche a loro il suicidio della tua autostima, in fretta cambiano argomento e cominciano a raccontarti della folle festa del primo maggio alla quale hanno partecipato, di quanto si sono divertiti a cantare da ubriachi le canzoni di Mannarino, mentre tu pensi che mentre loro se la stavano spassando beatamente tu eri costipata nel sedile di un autobus, con la faccia appiccicata al vetro e il classico ciccione che mangia pane e cipolla per tutto il viaggio perché non sei riuscita a trovare un posto per partire il giorno prima. Non ti resta allora che maledire Paolo Fox (ti riprometti inoltre anche di querelarlo) e cominci ad inveire contro i tuoi genitori che ti hanno concepito nel periodo sbagliato dell’anno. (Alessia Martoccia) 

DIARIO DI UNA FUORISEDE -capitolo undici: i buoni propositi-


 All' inizio di ogni anno accademico lo studente fuori sede parte animato da tanti propositi che agli occhi suoi e della comunità che lo circonda, risultano essere tanto buoni da meritare il premio Nobel. Prima ancora di andare a comprare i libri, lo studente si da' alla caccia della palestra perfetta con il desiderio di poter sviluppare tutti i muscoli che osserva sul Netter e che gli provocano tanta invidia: così paga 390€ di abbonamento annuale che nel giro di due settimane cercherà di rivendere a qualche malcapitato amico. Le studentesse invece decidono di darsi alla piscina sperando di poter far colpo sulla squadra di palla a nuoto quando escono tutte bagnate dalla doccia,stile -pubblicità-profumi-d'Oriente, e invece finiscono per accumulare i costumi nel reparto biancheria e usano il borsone come ennesima valigia, alla faccia di Carpisa. Lo studente fuori sede ripromette a se stesso di ampliare il proprio giro di amicizie, di conoscere più gente "vera" lontano dal gruppo della facoltà su FB, decide di frequentare di più la copisteria e il bar davanti l'università, con la scusa del caffè: peró dopo una settimana di tachicardia e slides in triplice copia lo studente torna a casa e si iscrive anche su Twitter, Myspace e Instagram. Le studentesse, al ritorno dall'estate, giurano a se stesse di prendersi più cura di sè: si iscrivono a Groupon alla ricerca di pacchetti benessere a base di massaggi cioccolatosi, cerette al miele, manicure allo zucchero; verso maggio, quando la temperatura sfiora già i trenta gradi, le si incontra vestite con pantaloni lunghi, maglioni, guanti, sciarpa e cappello perchè non hanno avuto tempo, in un anno, di andare dall'estetista( o perchè quest'ultima si è rifiutata di operare la tosatura). I maschi non sono esentati da tale tipo di situazione: per mesi interi vagano nella facoltà come dei Barboni e solo quando si rendono conto che alla loro barba è possibile fare delle treccine stile Snoop-Doggy-Dog, decidono di tagliarla; la loro tolettatura è accompagnata dal mormorio delle ragazze quando li vedono entrare in aula: "ma chi è?, Mi ricorda qualcuno, Ha dei lineamenti familiari, Mi fa impressione". Lo studente fuori sede ogni anno giura di dover trovare il tempo di andare a trovare il vecchio compagno di classe che abita dall'altra parte della città, promette a più persone quel fantomatico caffè che non arriverà mai, e come un abile politico dispensa promesse che non ha alcuna intenzione di mantenere: però non lo fa per cattiveria, è la mancanza di tempo la vera causa, perchè per lo studente dopo le otto di mattina arrivano subito le dieci, dopo le dodici arrivano le sedici, e dopo le ventuno arrivano le otto del giorno dopo. Lo studente fuori sede abita in una dimensione parallela a quella degli altri comuni mortali: il tempo scorre velocemente, gli unici esseri viventi sono degli ibridi con i libri sotto il braccio, peli superflui, pallidi e con gli occhi cerchiati di nero a mo' di panda ... Si crede che essi siano frutto di una sperimentazione scientifica condotta dai cinesi e il WWF. (Alessia Martoccia)

DIARIO DI UNA FUORISEDE –capitolo dieci: le bollette-


Per uno studente fuori sede l’arrivo delle bollette da pagare è un evento doloroso e funesto. La maggior parte delle volte si evita di guardare la cassetta della posta per ritardare il più possibile la visione di quelle buste bianche finchè non si accumulano e il postino decide di consegnarle di persona. L’apertura della missiva avviene con uno stato d’animo paragonabile a quello di Harry Potter davanti alla lettera d’ammissione ad Hogwarts: l’ansia e la paura si alternano alla speranza che il conto sia meno caro di quello precedente. E poi eccola là la cifra, scritta in grassetto e in caratteri più grandi, che spicca tra tutte le altre scritte;  allo studente sembra quasi che il foglio scotti e per questo motivo lo ripone in fretta: è meglio indire una riunione per annunciare il tragico evento. All’ora di pranzo gli umori sono malinconici, così si cerca insieme di tradurre e dare un significato logico a tutte quelle Imposte, Tax 1, Quota, Aliquota, Accisa, Iva,Condoglianze; con la calcolatrice si cerca di sommare qualche numero ma la cifra ottenuta è sempre la metà di quella che tocca pagare.  All’Eni non si comanda: lo studente allunga la mano al portafoglio e, come Lucia di fronte ai monti, intona il suo addio: addio abbonamento alla palestra, addio kebab, addio cinema! Dopo aver fatto la colletta e raccolto centinaia di euro nelle buste Cuki-gelo, si fa la conta per decidere chi deve affrontare la lunga fila alle poste che sembra una succursale del reparto di geriatria. Dopo il salasso monetario tutti i coinquilini a cena sono fermi e decisi a diminuire i consumi: si stabilisce di ridurre il numero di lavatrici e di comprare candele. Ma si sa, ad ogni cena c’è un Giuda: bisogna solo capire chi sarà il primo che farà la lavatrice per tre calzini alle dieci di mattina, quando il costo è triplicato rispetto alla sera. Dopo qualche giorno dal drammatico avvenimento la scena si ripete con la bolletta dell’acqua e della luce: gli studenti decidono allora di sfidare le pulci e i pidocchi e di lavarsi con la Ferrarelle e al buio. (Alessia Martoccia) 

DIARIO DI UNA FUORISEDE – capitolo nove: gli appelli straordinari –


Capita a tutti di essere bocciati ad un esame, però, ammettiamolo, la percentuale che venga rimandato uno appartenente alla specie delle “secchie” è davvero piccola se la confrontiamo con quella dei normo-dotati come te, che si sentono dire dal professore: ” ma perché non torna la prossima volta? Così prende un voto più alto” oppure “mi dispiace, non ci siamo”; a questo punto l’unica speranza che anima lo studente sono gli appelli di Pasqua. Il primo giorno del secondo semestre cominciano a girare dei fogli nell’aula segretamente, lo studente firma compulsivamente senza neanche leggere di che esame si tratta: l’importante è fare numero! I rappresentanti hanno il compito di inviare la missiva ai professori e questo è un ruolo arduo e difficile: i prof sono persone introvabili al di fuori delle ore di lezione tanto che si comincia a credere che essi siano degli ologrammi; alcuni di loro lasciano perfino il proprio numero di telefono per “emergenze” ma alla fine si scopre che il numero è inesistente; l’ultima chance è attendere una risposta alla mail inviata settimane prima. E poi eccola lì, nella cartella Inbox, ricevuta alle 02.45 di mattina, senza oggetto, allora il rappresentante la apre con il cuore in gola e poi…e poi la risposta è “Sì”. Ma sì cosa? Con il passare dei giorni iniziano le trattative tra gli studenti e i professori, la battaglia è dura e pericolosa perché non bisogna inimicarsi la controparte, così le parole da usare sono soppesate con cura, ed è tutto un susseguirsi di “per piacere”, “cortesemente”, “se Lei gradisce”, “La ringrazio”, “sì Badrone”. Finalmente il prof, stanco di essere vittima di stalking da parte degli alunni, si arrende e concede l’appello per il giovedì prima di Pasqua, peccato però che lo si ottenga la domenica delle Palme. Lo studente, dal canto suo, ha vissuto questo periodo di attesa come se si trovasse nel Limbo perchè si chiede dalla mattina alla sera: “studio, non studio, cosa studio”; poi torna sui suoi passi e riprende il vecchio libro in mano. Ogni pagina è una coltellata in pieno petto, un conato di vomito da trattenere, la nausea è troppa e aumenta ad ogni argomento da ripetere. Anche i migliori arrivano ad implorare un 18 politico da portare a casa perché l’importante è allontanarsi e dimenticare in fretta la materia. Le notti trascorrono agitate e popolate da incubi: si arriva a sognare perfino la vecchia e arpia prof  del liceo che ti interroga su argomenti sconosciuti. Il giorno fatidico dell’esame, mentre vede i suoi colleghi più fortunati che si avviano spensieratamente verso la stazione, lo studente cammina verso l’università come se stesse andando al patibolo, sperando che il boia-prof faccia in fretta e senza troppo dolore. L’esame comincia, ormai ogni argomento è una amara cantilena recitata a memoria, più brutta e insensata delle tre civette sul comò,  e quando l’interrogato percepisce che il prof è ben disposto a non bocciarlo la felicità prende il sopravvento, e si vuole solo scappare e andare a bruciare gli appunti fregandosene del voto. Si arriva di corsa a casa e si chiamano a riunione i coinquilini per farli assistere alla cerimonia della “posa del libro” negli scaffali, ma eccone un altro là, nuovo, lucido, ancora incellofanato, che ti guarda, ti sfida. (Alessia Martoccia)

lunedì 31 dicembre 2012

DIARIO DI UNA FUORISEDE – capitolo otto: le pulizie –


Le pulizie per uno studente fuorisede rappresentano il momento in cui il suo spirito di sopravvivenza in condizioni di sporco estremo viene meno e si arrende al ragionevole uso della scopa e del mocio. La polvere che si raccoglie nella casa è presente in quantità esorbitanti: strati grigio-bianchi ricoprono tutte le superfici possibili, così che quando si appoggia una mano si può osservare un perfetto calco stile “scavi di Pompei”. Lo sporco che si raccoglie sul pavimento della cucina è eterno: per tutte le volte che lo si spazza restano ugualmente macchie il cui colore varia dal nero al marrone le quali lo rendono simile al manto di una mucca pezzata (più volte lo studente si ripromette di denunciare per truffa Mastrolindo). Sul tavolo, ad ogni ora del giorno e della notte, è possibile trovare briciole di pane e rimasugli del pranzo che, accumulati giorno dopo giorno, potrebbero sfamare tutto il corno d’Africa.  La cenere delle sigarette è più abbondante nella casa dello studente fuorisede piuttosto che sull’Etna. Camminando per l’appartamento è possibile imbattersi in lunghi gomitoli di non-so-cosa che, quando si aprono le porte, spinti dall’aria cominciano a muoversi come se fossero animati: molte volte sono scambiati per criceti; lo studente comincia a inseguirli, ma questi sono molto veloci e in un battibaleno finiscono sotto il letto. Il coraggioso studente sfida ogni granulo di polvere sul pavimento e si sdraia per terra, allunga una mano e incontra qualcosa di soffice: sotto il letto vi è una colonia di criceti polverosi che neanche Swiffer e le agenti segrete della Vileda potrebbero sconfiggere. Il bagno degli studenti fuorisede è radioattivo: il calcare intorno alle fontane ostruisce il passaggio dell’acqua e ci si accorge di ciò solo quando, dopo aver aperto l’acqua, il getto non colpisce il lavandino, ma, potente come un idrante dei pompieri, bagna l’ignaro studente. Raramente si pulisce la doccia:  si è convinti che si lavi anch’essa con il bagnoschiuma, shampoo e balsamo. Inutile quasi menzionare i vetri: essi sono talmente sporchi che anche una splendida giornata di sole potrebbe essere scambiata per un giorno nuvoloso e di pioggia. Sul pavimento è consueto ritrovare un tappeto finemente intessuto di capelli e, data la loro mole, si è convinti quasi che lo studente che abita l’appartamento sia pelato. La completa disinfestazione della casa avviene quando le madri degli studenti si presentano sulla porta di casa armate di guanti, scopa e secchio, preoccupate che il proprio pargolo possa contrarre il tetano o altro genere di malattia infettiva: spesso però, appena la madre termina il suo turno supplementare delle pulizie, l’anarchia dei granelli di polvere prende il sopravvento. (Alessia Martoccia)

DIARIO DI UNA FUORISEDE - capitolo sette: il frigo –


Il frigo di uno studente fuorisede è lo specchio della sua anima: si possono capire molte cose solo osservandone il contenuto. Non è difficile trovarci dentro i sughi Barilla già pronti da usare nelle occasioni in cui si invitano a cena gli amici: poco prima che arrivino si riversa tutto il preparato in una pentola e si corre a buttare il boccaccio nella spazzatura e alla domanda “ma è un sugo già pronto?” si risponde indignati “ma ti pare che lo compro già pronto? L’ho preparato con le mie mani”. Nel frigo si osservano prodotti in duplice copia frutto delle promozioni del Conad, come ad esempio due confezioni di burro, due di galbanino, due di Philadelphia, e spesso una delle due scade prima di essere arrivati a metà della prima. Lo scompartimento delle verdure non è conosciuto dai più e quando capita l’occasione, seppur rara, di aprirlo si scoprono carote che hanno piantato le radici e tuberi di cui non è più possibile riconoscere la specie di appartenenza. Alberga su un ripiano del frigo un cumulo esagerato di carne che per le quantità potrebbe benissimo appartenere ad un Brontosauro. Sull’anta del frigo, rigorosamente al posto delle uova, spesso si osserva la metà di un limone che invecchia ogni giorno di più, ma non lo si tocca, lo si rispetta come se fosse una sacra reliquia. A volte capita di aprire il frigo e di essere investiti da un odore acre e che provoca quasi lo svenimento: alcune volte è la cipolla, il cui odore esce nonostante sia stata ricoperta più volte con la stagnola e  la pellicola, altre volte la fonte di tale puzza rimane oscura e lo studente si limita a richiudere il frigo. Nel freezer degli studenti è conservata la loro ricchezza e fonte di gaudio: i cibi preparati dalla mamma e che provengono direttamente dalla terra d’origine. Tali prelibatezze hanno un’importanza straordinaria per lo studente che le venera come fossero divinità, e quando finiscono è una tragedia: lo studente è capace di organizzare un viaggio di ritorno a casa per rifornire il freezer. Tuttavia questo è da considerarsi il periodo delle “vacche grasse” del frigo, quando tutti i prodotti si accumulano gli uni sugli altri; con il passare dei giorni  subisce una metamorfosi, entrando così nel periodo delle “vacche magre”: il frigo si svuota, rimangono solo le macchie del succo o del caffè (che lo studente ignora e non pulisce) ed è possibile perfino percepire l’eco,ecoo,ecooo. (Alessia Martoccia)

DIARIO DI UNA FUORISEDE –capitolo sei: la lavatrice


Nell’armadio di uno studente fuorisede è consueto ritrovare una pila di panni color rosa Barbie, frutto di una malefica distrazione nella preparazione della lavatrice. Questo è un elettrodomestico con il quale lo studente instaura un rapporto di amore&odio fin da subito, talvolta subentra anche la paura, specie durante la centrifuga, quando si è convinti che sia un essere animato e in grado di schiacciarti .  Non si sa per quale mistico motivo la prima cosa che lo studente chiede al padrone di casa  è se vi è appunto la “bella lavanderina automatica”.  Appurata la sua presenza i primi lavaggi  si effettuano con l’aiuto della mamma al telefono, la quale spiega da bravo Sapientino il significato di tutti quegli strani simboli colorati, delle manopole e dei bottoni, e che a distanza riesce a quantificare il sapone da versare in proporzione ai panni. Per i primi tempi, grazie al tutor-telefonico, i lavaggi vanno piuttosto bene, si riesce per fino ad entrare nella logica razzista secondo cui i bianchi vanno tenuti separati sia dai neri sia dai colorati. Con il passare del tempo la lavatrice diventa la migliore amica dello studente:è sempre attiva, la si può sentire quando si è ancora nel portone; si è convinti di poterla incontrare in giro per la casa quando è in centrifuga dato che salta più di Andrew Howe. Lo studente la usa per lavare un singolo paio di calzini, una sola camicetta, il famoso pigiama di flanella, a tutte le ore del giorno e della notte incurante degli avvertimenti del coinquilino riguardo al suo consumo, finchè non arriva la bolletta. Solo dopo aver chiesto un mutuo per pagare  il conto salato come le acciughe lo studente comincia a sfidare la sorte mettendo più panni contemporaneamente a lavare: ogni lavaggio è accompagnato da preghiere rivolte all’Omino Bianco affinchè ogni colore rimanga tale, e ogni maglia non diventi “dimensione portachiavi” ; l’ansia dura per tutto il tempo dello sciacquo,risciacquo e centrifuga,  e talvolta lo studente rimane ipnotizzato davanti all’oblò cercando di tenere d’occhio la maglietta preferita. Una sera lo studente raccoglie dal cesto dei panni sporchi tutti i capi bianchi, lenzuola, canottiere, calzini, slip, camicie e camice e regola il lavaggio a 60 gradi. Sul fondo del cesto rimangono dei calzini rossi sbiaditi: perché lasciarli lì da soli? perché tutta questa cattiveria? Cosa potranno mai fare? La sorpresa si ha quando dalla lavatrice spunta un guardaroba uguale  a quello di Barbie: ecco cosa si rischia a voler essere il Nelson Mandela dei calzini. (Alessia Martoccia)

DIARIO DI UNA FUORISEDE -capitolo cinque: il viaggio verso casa


Terminata la sessione d’esami invernale alcuni esemplari di studenti, ormai liberi come degli ex detenuti di Rebibbia, decidono di tornare in famiglia per qualche giorno per essere ben rifocillati  e coccolati dalle amorevoli cure materne. Mentre lo studente si avvicina alla fermata dell’autobus non immagina cosa lo attende per le prossime ore… Osserva gli orari dell’autobus su un vecchio e ingiallito foglio di carta su cui il prezzo del biglietto è scritto ancora il lire. Attende solo pochi minuti quando all’orizzonte compare il bus, allora lo studente si alza e tende già il braccio per fermarlo ma a causa della sue forte miopia nota la scritta”FUORI SERVIZIO” solo quando manca poco alla perdita completa del suo arto. Trenta minuti più tardi lo studente si trova stipato nell’autobus tra il consueto Puzzone e la Nonnina che per tenere stretta la borsa “ si dimentica “ di aggrapparsi alle maniglie. Dopo aver rischiato più volte la vita sua e quella della nonna agli incroci, lo studente giunge alla stazione dove prenotare un biglietto del treno è più difficile dell’ordinare un piatto giapponese, in giapponese. Il tabellone degli orari è più pieno del solito perché vi sono parecchi ritardi, ma lo studente è fortunato(o almeno crede di esserlo): il suo treno ha solo 30 minuti di ritardo contro i 120 di un altro. Salito sul treno non riesce a raggiungere il suo posto(pagato) perché rimane bloccato da una coppietta di turisti in inter-rail e i loro zaini a doppio fondo, da una serie infinita di passeggini Chicco e da una colonia di pinguini in pellegrinaggio a Pompei armate di Bibbia e rosario. Lo studente dopo circa due ore trascorse all’in piedi, quando ormai ha perso ogni sensibilità nelle dita dei piedi( provato dopo che la carovana di passeggini vi è passata sopra), scende per effettuare il cambio di treno: ha circa 2 minuti per individuarlo sul tabellone, correre al binario e salirci sopra. Lo studente si dimena, corre all’impazzata, viene ingiuriato da tutte le forme di vita che incontra al suo passaggio e poi… e poi il treno ancora non è arrivato. In realtà non è un treno quello che lo aspetta, bensì una littorina con le panche di legno che va ad una velocità inferiore a quella alla quale potrei andare io, a piedi, e che effettua 15 fermate in stazioni dimenticate dall’ uomo e da dio: Cristo non si è fermato ad Eboli, è tornato pure indietro.

sabato 29 dicembre 2012

DIARIO DI UNA FUORISEDE -capitolo quattro: La fine è vicina-



Sfatiamo un mito: la notte prima dell’esame non esiste, l’ha inventata Venditti per vendere più dischi.  Trascorri l’ultima notte prima dell’esame girovagando per la casa, ingurgiti un barile di camomilla e fai la spola tra il letto, il bagno e la scrivania. Giustamente prendi sonno solo verso le cinque e mezza per poi essere svegliata dal cellulare  poco più tardi. Dopo circa due mesi di clausura forzata indossare un paio di jeans al posto del pigiama diventa davvero traumatico, per non parlare poi dell’opera di restauro che deve subire il tuo viso… Giunta in aula con due ore di anticipo scopri quasi di essere in ritardo e inizi a maledire la camomilla della sera prima che comincia ad avere effetto tanto da farti sembrare un procione in letargo. Decine di ragazzi ripetono parlando in un lingua a te sconosciuta, ogni tanto percepisci una parola e allora provi ad inserirti anche tu nell’affannoso discorso cercando di convincerti che qualcosa la sai, poi incroci gli sguardi di chi sembra stare peggio di te e questo ti da la forza per non andartene.  La seduta d’esame comincia: tre professori interrogano tre ragazzi in un’ora e mezza,così chè il trentesimo nell’ordine di prenotazione calcola che entro la fine dell’anno potrebbe farcela, Maya permettendo. È una strage,  fanno più vittime di una guerra civile con la loro penna BIC,poi scuotono la testa e mormorano qualcosa del tipo:”non le voglio mettere un voto basso, quindi torni la prossima volta” mentre nella mente dell’interrogato si rinnegano tutti gli anni di catechismo. Dal posto ti sembra di aver studiato i fumetti di Topolino per lunghi mesi considerando che non hai mai sentito parlare della metà delle cose che chiedono mentre l’altra metà è …puff… scomparsa come Harry Potter e la polvere magica. Si avvicina il tuo turno e il cervello sventola bandiera bianca, una gamba si muove e l’altra è paralizzata così chè devi trascinarla alla cattedra. Guardi il prof con intensità cercando di prevedere la prima domanda,  lui di contro ricambia, ti osserva, sghignazza e poi …  e poi il resto è storia. (Alessia Martoccia)

DIARIO DI UNA FUORISEDE –capitolo tre: le cene -


Una fuori sede sotto esame riduce al minimo le sue relazioni con altri individui. Poche sono le occasioni in cui incontra i suoi simili e spesso è la fame la ragione che lo spinge fuori dalla sua tana; prospettive di tavole ben apparecchiate e piatti di pasta diversi da quelli con il tonno o il pesto lo guidano fuori dal suo nascondiglio.  Giunto presso la dimora altrui, visi emaciati e pallidi, pigiami avvolti nei plaid, Crocs e  Defonseca lo accolgono. La serata procede con un sottofondo di sospiri; alcuni commensali elencano sconsolati i capitoli che ancora non sono riusciti a studiare, altri, i più fortunati, affermano che ancora manca il “ripassone” , altri ancora dicono che sono privi del “quadro generale”(io fingendo di comprenderli cerco di ricordare a mente in quale capitolo si trovi tale Quadro Generale… )  Al simposio partecipa sempre chi sventola la bandiera dell’ignoranza e poi prende 3x10, chi sta shallo e progetta il viaggio “d-istruzione” post-esami, e chi a pochi giorni dall’esame,dopo aver letto le domande dell’appello precedente, comincia a pensare di aver studiato per mesi una materia completamente diversa. Durante la cena è ricorrente la frase:”Mi interroghi?” e poi tra un boccone e l’altro le domande vengono lanciate alla sprovvista con il rischio di provocare un duplice infarto: segue il silenzio, sguardi terrorizzati si accavallano, tutti si fermano, si sente solo il rumore delle posate che cadono dalle mani e dopo qualche attimo una mandria di studenti impazziti corre in camera a prendere il libro per cercare la risposta. Al termine della serata, quando ormai si sono perse anche le ultime certezze sul programma d’esame, si comincia ad augurare la morte di tutti i lupi dei boschi -così che Edoardo Stoppa e il WWF li dichiarano entro marzo specie in via d’estinzione- e si spera che tutte le balene diventino stitiche. Spesso però la balena è diarroica. (Alessia.Martoccia)   

DIARIO DI UNA FUORISEDE –capitolo due:la stanza-



La stanza di una fuori sede è il miglior esempio per spiegare il concetto di entropia: tutto lì dentro è soggetto al moto browniano delle particelle. Il letto assomiglia ad un giaciglio improvvisato: le migliaia di coperte che lo compongono, per la maggior parte della giornata,non hanno un verso esatto e formano nell’insieme una montagna che potrebbe essere scambiata da Sgarbi per un’opera di arte contemporanea ; i cuscini- comodi e soffici come se fossero riempiti di truciolato- spesso si trovano ai piedi del letto mescolati con la tuta che indossi nelle occasioni speciali(quando viene il tecnico della caldaia o il ragazzo che consegna la pizza). La scrivania sorregge  circa una tonnellata di libri che per tutto il periodo d’esami formano un baldacchino sulla tua testa, e devi fare attenzione: la caduta del Lehninger potrebbe formare un cratere nel suolo. Le matite e le penne sono così numerose che se fossero denaro potremmo essere tutti miliardari, alcune te le ritrovi per terra, e te ne accorgi quando ormai ti sei infilzato un piede, altre invece sono tra i capelli perché non hai tempo per arrivare in bagno a prendere un elastico. La libreria diventa una credenza: accumuli tazze e bicchieri finchè le coinquiline non vengono espressamente a richiedertele minacciando di rubarti gli appunti.  Le pareti, una volta vuote e tristi, sotto esame si riempiono di fogli con le date degli esami che lampeggiano evidenziate in fucsia, lo schema della glicolisi ti osserva di fianco e la struttura della vitamina K pare un fac-simile della stele di Rosetta. Il pavimento, per lo spesso strato di polvere, da bianco diventa grigio e attutisce ogni rumore così che potresti non accorgerti di un ladro entrato per rubarti i riassunti, perché diciamolo, sotto esame TOGLIETEMI TUTTO MA NON LE DISPENSE DEL PROF! La spazzatura sembra un vulcano in eruzione di carta, e perfino sugli scontrini disegni L-glucosio.  E poi l’aria che aleggia nei 5metri quadrati ha ormai lo stesso profumo del Fumagalli.  (Alessia Martoccia)

DIARIO DI UNA FUORISEDE -capitolo 1-

Ti svegli contro ogni legge della logica alle 7 di mattina, prepari il caffè pensando alla sintesi della caffeina e alle sue proprietà organiche. Non pensi neanche lontanamente di spogliarti di quella tenuta di flanella da donna obbligata agli arresti domiciliari e così strisci riluttante verso la scrivania alla quale rimarrai inchiodata per tutta la giornata. Verso le 13 un rumore assordante proveniente dallo stomaco ti ricorda che hai ancora pochi minuti di autonomia prima del tuo svenimento e che forse è meglio spostarsi in cucina..con i libri ovviamente. Apri il frigo e realizzi che il deserto del Sahara ha più vita del tuo ripiano, osservi che l’insalata è in stato avanzato di decomposizione e non ti sorprenderebbe vedere Fleming bussare alla tua porta. Cucini un riso precotto e lo mangi crudo;nell’attesa vai su facebook e lo richiudi subito sconsolata osservando le notifiche che riguardano solo il gruppo della facoltà. Torni a leggere i libri( non è rigorosamente inclusa l’attività della “comprensione”) per le successive 7-8 ore( nel frattempo divori una busta di biscotti, guardi Uomini&Donne e decidi che da grande diventerai AngelaFavolosaCubista, fai altri due caffè e svuoti una bottiglia di tè). Arriva la cena, ip ip urrà, e assumi proteine solo sotto forma di kebab mentre guardi il Jersey shore, accompagnate da acqua del rubinetto(non hai avuto tempo per andare al Parcogiochi-Conad,). Poi ti ricordi che hai più panni accumulati nel bagno e sullo stendino chè nell’armadio, ma non fa niente, l’importante è non finire la scorta dei pigiami. Se sei coraggiosa torni sulla morbida sedia di legno compensato e nel giro di qualche nanosecondo ti addormenti: il giorno dopo non perdi neanche tempo a strisciare fuori dal letto (Alessia Martoccia)